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Cyber Humanities e sostenibilità: questione di misura
Marco Bizzarini
26 aprile 2026
Negli ultimi anni, e con particolare intensità nell’epoca più recente, si sono moltiplicati i tentativi di ripensare il ruolo delle humanities all’interno di un ambiente sempre più profondamente segnato dalla presenza di infrastrutture digitali e di sistemi algoritmici.
In questo quadro si colloca anche la recente proposta del manifesto delle Cyber Humanities (Adorni-Bellini), intese come un’evoluzione critica delle Digital Humanities, accanto ad altre riflessioni che, da prospettive diverse, indagano il rapporto tra tecnologia, produzione del sapere e responsabilità culturale.
Non si tratta soltanto di utilizzare nuovi strumenti, ma di interrogarsi sulle condizioni entro cui tali strumenti operano e sugli effetti che possono produrre nel medio e lungo periodo. Tuttavia, proprio a questo livello emerge un nodo problematico che merita di essere reso esplicito. Il rischio è che il passaggio da una formulazione all’altra - dalle Digital Humanities alle Cyber Humanities - si risolva in una ridefinizione terminologica più che in un reale mutamento di prospettiva. In altre parole, che si continui a lavorare all’interno del medesimo orizzonte operativo, limitandosi a correggerne alcune premesse senza metterne in discussione i presupposti più profondi.
La questione decisiva, infatti, non è soltanto come integrare in modo consapevole le tecnologie digitali e l'intelligenza artificiale, ma se le pratiche di ricerca che esse tendono a generare siano, a monte, sostenibili. Sostenibili non in senso genericamente ambientale (declinazione ormai inevitabile, ma insufficiente), bensì in una prospettiva più ampia: epistemologica, temporale e umana.
Sul piano epistemologico, la questione riguarda l'efficacia della conoscenza prodotta. L’accumulo crescente di dati, la proliferazione di piattaforme e la moltiplicazione dei progetti digitali rischiano di generare una ridondanza ingovernabile. In assenza di criteri selettivi chiari, la quantità può finire per prevalere sulla significatività, con il risultato di un sapere sempre più esteso e però sempre meno incisivo.
Sul piano temporale, si pone il problema della durata. La ben nota volatilità dei supporti digitali, soggetti a obsolescenza tecnologica e a precarietà infrastrutturale, solleva interrogativi non marginali sulla trasmissione dei risultati della ricerca. Database, edizioni elettroniche, piattaforme collaborative: strumenti spesso preziosi, ma la cui sopravvivenza nel tempo non è affatto garantita, a causa principalmente di una cattiva (o perfino aleatoria) governance del digitale.
Infine, sul piano umano, non si può ignorare l’impatto delle pratiche digitali sulla qualità del lavoro accademico. La gestione di progetti complessi, la pressione costante della connessione, la frammentazione delle attività e il rischio di burnout costituiscono fattori che incidono in modo sempre più evidente sulla vita dei ricercatori. Una riflessione sulla sostenibilità non può prescindere da questo aspetto.
In tale contesto, le Cyber Humanities possono rappresentare un’occasione utile, ma a una condizione: che non si limitino a proporre un nuovo modello, bensì accettino di essere sottoposte a una verifica critica più radicale. Infatti, prima ancora di moltiplicare i paradigmi, occorrerebbe chiedersi quali siano le condizioni perché restino praticabili, trasmissibili e umanamente sostenibili. Domandarsi se gli studi umanistici, in un contesto mediato dal computazionale, siano in grado di mantenere un rapporto tuttora vitale con i propri oggetti di studio. Stabilire che cosa valga la pena produrre, conservare, trasmettere. Ovvero, riportare al centro una classica dimensione di “misura” che oggi sembra quasi completamente smarrita.
In conclusione, la sostenibilità non si configura come uno slogan, né come un semplice correttivo, ma come un principio di regolazione. Non aggiunge un nuovo tema al dibattito, ma invita a riconsiderarne le condizioni stesse di possibilità. È su questa linea di verifica, in un aperto confronto sui limiti e sulle responsabilità proprie dell’odierno lavoro umanistico, che il dialogo tra prospettive diverse può evitare di ridursi a una semplice successione di etichette.
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