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Sustainable Musicology

Articoli e Saggi
Di Marco Bizzarini
Articolo
Feather illustration
(© Sustainable Musicology)

La peer review sta morendo? Forse sarebbe un bene.

Con la peer review ho vissuto esperienze surreali. Una volta ho ricevuto il seguente responso da un anonimo revisore: "L’autore o l’autrice di questo articolo, prima di scrivere, avrebbe dovuto leggere gli studi di Marco Bizzarini".

Si trattava di un consiglio sensato, almeno in teoria. Peccato solo per un dettaglio: l’autore dell’articolo ero io stesso, Marco Bizzarini. Si suppone dunque che fossi almeno in parte al corrente dei miei stessi lavori.

Non è un caso isolato. Una collega - la chiamerò con un nome di fantasia, Joan Stevens - si è vista recapitare una recensione in cui il revisore notava come lo stile dell’articolo ricordasse molto da vicino quello di Joan Stevens, scandalosamente mai citata in nota. Una grave infrazione deontologica. L’unico problema è che Joan Stevens coincideva con l’autrice del testo e dunque poteva benissimo avere l’eleganza di non autocitarsi.

Si potrebbe liquidare tutto ciò come aneddotica divertente, se non fosse che al di là di questi episodi si coglie anche qualcosa di più allarmante. Sempre più spesso le recensioni non sono semplicemente severe: sono viziate da forti pregiudizi e da pericolosi automatismi. L’anonimato, che dovrebbe garantire imparzialità, finisce invece per produrre l’effetto opposto: libera il revisore dalle conseguenze e, non di rado, dalla responsabilità. Il risultato è una figura ben riconoscibile: lo specialista iper-territoriale - un po’ come certi gatti - che difende a spada tratta il proprio micro-campo come se fosse una riserva di caccia. Chi osa entrarvi senza autorizzazione diventa un intruso da respingere. Non è un meccanismo molto diverso da quello che osserviamo ogni giorno sui social network: i famigerati “leoni da tastiera” prosperano proprio grazie alla protezione (percepita) dell’anonimato.

A tutto questo si aggiunge oggi un ulteriore elemento destinato a cambiare radicalmente le regole del gioco: l’intelligenza artificiale. Siamo tutti sovraccarichi di lavoro, e il tempo per leggere con attenzione i lavori altrui è sempre più scarso. È inevitabile - e in parte sta già accadendo (anche se non lo si dice ad alta voce) - che il revisore deleghi questo compito a sistemi di AI. Quando ciò diventerà la norma, la peer review sarà davvero “cieca”. Non perché ignora l’identità dell’autore, ma perché dietro il giudizio ci sarà un bot anziché un essere umano.

Non è un caso che sempre più studiosi aggirino o subiscano questa prassi come qualcosa di asfissiante invece di riconoscerla come un’oggettiva garanzia di qualità. Allora, ha ancora senso difendere questo sistema? Forse è arrivato il momento di compiere il passo successivo: non migliorare o riformare la peer review, ma abbandonarla una volta per tutte.

Se davvero vogliamo salvare la qualità della ricerca, dobbiamo tornare a qualcosa di più semplice e più esigente: responsabilità esplicita, confronto aperto, intelligenza "naturale". La peer review, così come la conosciamo, non è più una garanzia: è diventata un rituale burocratico, che oltre tutto rallenta fortemente il processo di pubblicazione. E i rituali, se smettono di funzionare, vanno superati.