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La conoscenza effimeraAprile 2026
Ho provato ad ascoltare un vecchio CD degli anni ’80. Non funzionava più. Era digitale, quindi nato per durare a lungo, almeno in teoria. Eppure, era già morto. Inutilizzabile. Non è solo una questione tecnologica. È un segnale ben preciso. Da tempo abbiamo associato il digitale all’idea di conservazione: archivi infiniti, accesso permanente, memoria totale. L’esperienza insegna altro. I supporti si degradano, i formati diventano illeggibili, i siti scompaiono, i link si interrompono. La memoria digitale è potente, ma instabile. E allora la domanda diventa inevitabile: quanta della conoscenza che produciamo oggi è destinata a durare? Il problema non è la scarsità, ma l’eccesso. Nelle discipline umanistiche, in particolare, la produzione di sapere è cresciuta in modo esponenziale. Articoli, saggi, monografie, atti di convegno si moltiplicano senza sosta. Non si tratta necessariamente di cattiva ricerca. È una logica di sistema: pubblicare è diventato un requisito, non sempre una conseguenza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una massa crescente di contenuti che si accumula senza organizzarsi. Si scrive molto, si legge poco, si dimentica in fretta. In questo scenario, l’idea stessa di sostenibilità merita di essere ripensata. Non in senso ambientale, ma epistemologico. Un sapere è sostenibile se può essere trasmesso, compreso, riutilizzato. Se resta accessibile nel tempo. Se non si perde nel momento stesso in cui viene prodotto. Questo implica una revisione profonda delle pratiche correnti. Non tutto deve essere pubblicato. L’idea che la conoscenza coincida con l’accumulo è una delle illusioni più radicate del nostro tempo. La sostenibilità, in questo contesto, coincide con la selezione. Selezionare non significa impoverire il sapere, ma renderlo praticabile. Restituirgli una direzione. Evitare che si trasformi in un insieme indistinto di materiali privi di gerarchia. Il problema degli studi umanistici non è la crisi: è che producono sapere che non dura. E un sapere che non dura, per quanto formalmente corretto, è destinato a scomparire senza lasciare traccia. |